martedì 10 luglio 2018

Fagiolini nel coccio



Semplice, semplice: fagiolini, cipolla di tropea, mandorle. Un filo d'olio evo nel tegame di coccio, la cipolla, santoreggia e i fagiolini spezzati a metà, un giro di sale, il coperchio e si lascia fare. Ogni tanto si gira, e quando i fagiolini son quasi cotti si aggiungono le mandorle spezzettate.
Niente acqua, i fagiolini cotti lentamente saranno fragranti e saporiti.
La cottura lenta delle pentole di coccio è stupenda, anche se i tempi di cottura sono un pochino dilatati, ne vale certamente la pena!























Sotto una foto di famiglia dei prodotti dell'orto raccolti:




lunedì 25 giugno 2018

Nontiscordardime


Non-ti-scordar-di-me ovvero l'amore eterno
Il nome scientifico di questo fiore è meno poetico di quello comune perché myosotìs significa in greco "orecchie di topo", a causa della forma e superficie vellutata delle sue foglioline. Gli antichi lo chiamavano "erba sacra" perché veniva usato nella preparazione di una pozione benefica per gli occhi. Per tale motivo Plinio il Vecchio ricorda che il non-ti-scordar-di-me era considerato il simbolo della salvezza da tutto ciò che poteva rattristare o addolorare.
Il nome moderno nasce invece da una zuccherosa leggenda medievale tedesca. Un giorno due innamorati stavano passeggiando sulle rive del Reno, dove crescevano tanti azzurrini miosotidi. Il fidanzato cominciò a raccoglierli per donarne un mazzetto alla ragazza ma inavvertitamente scivolò lungo la proda e cadde in acqua. La corrente del fiume in piena lo spinse fra i gorghi, da cui affiorava a fatica. Qundo il giovane capì che non sarebbe riuscito a salvarsi, in un ultimo disperato gesto d'amore gettò verso la riva il mazzolino di fiori gridando all'innamorata: "Non ti scordar di me!". Sicché il fiore divenne il simbolo dell'amore eterno che vince anche la morte; una volta lo si portava indosso per assicurarsi la fedeltà dell'amato o dell'amata. Grazie a questa leggenda il myosotìs divenne popolare in Germania come non-ti-scordar-di-me. La tradizione passò poi in Francia dove il fiore venne chiamato "ne m'oublier pas" e anche "aimez-moi", amatemi.
Nel 1802 Samuel Taylor Colerifge scrisse una poesia, "The keepake" (il ricordo), rievocando l'episodio leggendario:
quell'azzurro fiorellino dall'occhio luminoso lungo il ruscello
gemma gentile della speranza
non-ti-scordar-di-me


La leggenda divenne famosa diffondendosi in Europa con alcune varianti. E in effetti si organizzavano feste nel periodo della sua fioritura. Durante la Belle Époque arrivavano sulle rive del Reno giovani da tutto il continente per assistere ai balli che le ragazze intrecciavano a piedi nudi e con il capo inghirlandato di nontiscordardime sulle rive di due fiumiciattoli chiamati "il bagno delle fate" e "La cascata delle querce".
Ispirandosi a questo simbolismo Eduardo VIII, che no 1936 aveva rinunciato al trono d'Inghilterra assumendo il titolo di duca di Windsor per sposare nel 1937 Wallis Simpson, due volte divorziata, volle che nel giorno delle nozze decine di mazzi di nontiscordardime decorassero la loro casa e che l'abito della sposa avesse quella particolare tonalità di celeste lievemente illuminato di rosa che mostrano i petali del fiore sacro all'amore.
Florario,  Alfredo Cattabiani 


sabato 26 maggio 2018

La peonia


Quando Ade, il dio greco dell'oltretomba, venne ferito da Eracle sceso negli inferi per catturare Cerbero, chiamò al suo capezzale Peone, figlio di Asclepio, il Dio della medicina, perché lo curasse. Peone lo guarì così bene che Asclepio fu assalito da una grave crisi di invidia che non prometteva nulla di buono. Allora Ade salvò Peone mutandolo in una pianta bellissima, la peonia, la "rosa senza spine" celebrata in tutta la letteratura europea, dai grandi fiori solitari - rosa, rossi e anche bianchi - e dai carnosi frutti costituiti da alcuni follicoli. Un genere, la Peonia, comprensivo di 33 specie di piante erbacee perenni e di arbusti rustici...
La si considerava, grazie anche al suo legame con un medico, un fiore delle molte virtù curative: in De virtutibus herbarum, lo Pseudo Apuleio sosteneva che fosse un rimedio efficace contro la follia: "se si lega al collo di un matto dell'erba peonia, subito lo si vedrà rinsavire. E se la poeterà con sé, il male non la colpirà più". Florario,  Alfredo Cattabiani 

Sarà grazie alla fioritura delle peonie che anch'io rinsavisco e riprendo il contatto con questo mio piccolo spazio in disuso da oltre un anno.
Dopo aver riposto le mie attenzioni e la mia cura al mio progetto che si è composto come un puzzle, dopo aver accantonato per anni piccoli difformi frammenti.
Sono pronta a ritornare qui, a questo blog compagno di giochi e sostegno degli anni passati. Ora desidero che questo diario comprenda un terreno più vasto della cucina: lo arricchirò di erbe, di profumi, di fiori, di bellezza, poiché a nutrirmi non é solo il cibo.
Vi racconterà la natura, la vita, vista dalla Cincia del bosco.

domenica 20 maggio 2018

Aquilegia, l'amor perfetto




"L'esoterica aquilegia"
I fiori blu-viola ma anche azzurrini o gialli dell'aquilegia (aquilegia vulgaris), con i cinque petali a cornetto che si prolungano in speroni uncinati, simili al becco o all'artiglio dell'aquila, ispirarono il nome di questa ranuncolacea che cresce nei boschi, prati e terreni rocciosi, collinari o montani, fino a duemila metri. "Bella si erge l'aquilegia/ e china il suo capo" cantava Goethe l'etereo fiore detto anche Amor perfetto, come osserva Guido Ceronetti soggiungendo: "Mi ricordo Spinoza, le poche righe un po' tremanti in cui nell'Ethica IV definisce il matrimonium essenzialmente come mezzo, attraverso e al di là dell'unione carnale, di ricerca comune della libertà interiore (animi libertatem)".
Il suo sesso è androgino, sicché la pianta può anche simboleggiare l'Uno ineffabile.
...
Una pianta che ha i petali terminanti come il becco o gli artigli dell'aquila non poteva non ispirare ai naturalisti del passato una sua fantastica proprietà, di rendere la vista acuta come quella del rapace. Si sa invece che è astringente, antisettica, detergente e calmante, tant'è vero che gli omeopati la prescrivono in particolari casi di disturbi del sistema nervoso. Ma siccome le parti aeree e i semi contengono anche una sostanza dannosa, senza ricetta medica è prudente utilizzarne soltanto la radice ed esclusivamente per uso esterno nella cura di alcune ulcere, scabbia e tigna.

Fiorario, Alfredo Cattabiani

giovedì 29 dicembre 2016

Risotto al melograno: Buon Anno Nuovo!


Chi ha due case perde il senno, si dice. 
E allora chi ha due blog, un lavoro a tempo pieno, più un'attività secondaria che diventano due, una serie di interessi innumerevoli, abita in collina e lavora in pianura...e potrei tediarvi ancora a lungo, ma a che pro? 
Nella speranza che il prossimo anno porti un po' di equilibrio ed ordine in questo mio fantastico e poderoso caos, con questo piatto ben augurante vi lascio il mio piccolo pensiero per un Buon Anno!

Risotto al melograno (per 2)
200 gr. riso rosamerchetti semintegrale
1 melograno
1 cipolla
1 bicchiere di vino bianco (Erbaluce per me)
Olio Evo, parmigiano e burro
Sale e pepe a piacere
Olio vegetale q.b.

Soffriggere la cipolla con l'olio Evo, quando la cipolla diventa trasparente aggiungere il riso, tostare bene e sfumare con il vino. Aggiungere il brodo a coprire il riso, lasciar assorbire prima di aggiungerne nuovamente e continuare così. A metà cottura aggiungere il succo di melograno ricavato spremendolo nello spremi agrumi, lasciarne qualche cucchiaio da aggiungere alla fine in modo da ridare colore al riso. Aggiungere il parmigiano e terminare la cottura del riso. Spegnere e aggiungere una noce di burro e il succo avanzato. Lasciar riposare e servire.



lunedì 24 ottobre 2016

Robiole di capra vestite a festa


Ebbene sì, festa! E' passato un mese dalla festa di inaugurazione della sede dell'associazione, le attività sono iniziate: i corsi di yoga , i trattamentolistici e una moltitudine di idee e progetti si sovrappongono nei miei pensieri. Capite bene ora che la cucina, da un po' di tempo a questa parte, non sia in primo piano. Tanto ero presa dall'organizzazione che quando mi sono decisa a preparare qualcosina anch'io per l'inaugurazione, giusto due semplici stuzzichini e mi pareva di fare chissà cosa. Era come se fossi stata catapultata in una cucina dopo un viaggio lunare, ero un tantino spiazzata e mi è sembrato un "travajun" , un "lavorone" come si dice da queste parti. Non che io non abbia cucinato per me ed il compare, anzi, sono contenta perché sono riuscita e sto riuscendo a mangiare bene malgrado gli impegni aggiunti e gli orari da paura. Quindi chi lo sa perché sono andata in tilt per "cucinare" due robiole acconciate e un hummus di ceci neri? Trattandosi della vigilia dell'evento, c'è una sola parola che può spiegarlo: emozione : )))

Robiole di capra da 250gr. circa
Olio Evo
1 pz. di sale
Rosa
1 Barbabietola già cotta (non ho trovato altro)
Semi di cumino nero (nigella)
Centrifugare la barbabietola, aggiungere il succo alla robbiola, condire con (poco) sale e olio e cospargere di semi di cumino nero.
L'avanzo di centrifuga della barbabietola l'ho aggiunto ad una minestra.
Gialla
3 cucch. di curcuma in polvere
1 radice di curcuma fresca
Pepe nero in abbondanza
Aggiungere la curcuma in polvere, quella fresca grattugiata fine, condire con (poco) sale e olio e pepe nero in abbondanza.
Lo sapete, vero, che il pepe nero aumenta gli effetti benefici della curcuma?


Servire in ciotole meravigliose, le mie sono Maniterra.


Sul tavolo del rinfresco trovate anche il mio hummus di ceci nero, una magnifica torta salata dei carissimi amici Ermanno e Rosanna della Cascina Escuelita, pizza e focaccia a pasta madre amorevolmente preparata da Isabella e stuzzichini vari.

A fine serata

venerdì 26 agosto 2016

Puttanesca alle alghe



Scompaio, riappaio, sono altalenante sul blog e non starò più a tediarvi con questo argomento,  dato che mangiare mangio in ogni caso, vi mostro semplicemente quello che preparo nella quotidianità. Non ho mai presentato grandi piatti e non mi sono mai data ad una cucina sofisticata o laboriosa, però ci sono stati alcuni momenti in cui mi lanciavo in preparazioni ed esperimenti con passione, alcune paste fresche per fare un esempio. Bene, in questo periodo non mi capita, la cucina non è nei miei pensieri. Non passo a vedere le vostre meraviglie, non prendo nota, non ci penso. Faccio la spesa, vario l'alimentazione e mi tratto bene, decido al momento senza progettazione.
Ma cos'avrò mai da fare per trascurare tutte le buone cose delle amiche blogger, per non segnarmi una nuova ricetta, per non mettere la mani in pasta?
Beh, veramente le mani in pasta le metto in un certo qual modo, basta dare un'occhiata qui.
Sto preparando il necessario per far partire le attività della nuova associazione Sundaram, ecco dove convoglia tutto l'impegno e l'attenzione di cuore, testa e mani.
Per questo proporrò solo cose veloci, nate dall'immediatezza, come un piatto di pasta.

Le alghe sono quelle cose che boh, però cucinate ed aggiunte nel modo giusto, perché no.
Mi piace questo stile adolescenziale, adatto alla mia loquacità ridotta del venerdì mattina prima del caffè. Bene, se come me siete un po' curiosi e volete assaggiare le alghe, se come me non potete mangiare le acciughe o non le volete mangiare perché siete vegan, potete cimentarvi in questo sughetto.

Puttanesca alle alghe
Spaghetti di grano duro integrali
1 arame 2 hijiki ammollate e sbollentate
2 cucch. capperi
10 olive verdi medie
peperoncino
1 cipolla grande
salsa pomodoro oppure 4 pomodori da sugo
prezzemolo tritato con spicchio d'aglio (piccolo per me, se no il compare si lamenta)
olio Evo q.b.

Mettere in ammollo le alghe per almeno 15 min. e poi sbollentarle.
Sciacquare i capperi dal sale, tritare capperi, olive veri e peperoncino
Tagliare e soffriggere la cipolla, aggiungere il trito di capperi olive e peperoncino, aggiungere le alghe dopo averle scolate e tritate, lasciare insaporire il tutto e aggiungere la salsa o i pomodori a tocchi. Cuocere 5 min. e poi saltare gli spaghetti scolati nel sugo, cospargendo del trito di prezzemolo con aglio.